c. g. jung omologazione

Non è un segno di buona salute mentale essere bene adattati a una società malata.
Jiddu Krishnamurti

Molti di noi, soprattutto da bambini, si sono scontrati con la normalità. Normalità significa seguire il gruppo, essere una voce nel coro, percorrere la strada tracciata, avere la camicia quando le altre 20 persone attorno a te al meeting hanno la camicia. Credo sia dovuto a quando l’uomo era primitivo, e non fare parte del branco significava la morte, o per l’attacco di altri umani o perché non si era in grado di procacciare il cibo.

Oggi tutto questo non esiste più ma la paura di non far parte della normalità è presente. Non c’è nulla di sbagliato in essa ma è molto probabile che questo sia causa di sofferenza, perché è altamente impossibile che tutto ciò che fai e dici coincida con l’idea di normalità (è solo un’idea, non esiste). Risvegliare la propria autorità e autostima, amarsì e lasciar...

... fare, essere presenti è la via per sentirsi a proprio agio e radicato nel momento presente.

Quello che segue è l’articolo di Francesco Boz intitolato La ricerca della normalità ti rovina la vita.

La normalità è il comportamento più frequentemente osservato nelle persone che ti circondano. Essa non ha etica o morale, non parla di bello o brutto, di giusto o sbagliato, è solo il numero di volte che qualcosa accade. Tanto più grande è questo numero e tanto più una cosa è normale.

Per questo la normalità del tuo mondo è diversa dalla normalità del mondo di un altro. Il comportamento normale (leggi più frequente) dei tuoi genitori, sarà diverso da quello dei genitori del tuo amico. Quello della gente del tuo quartiere sarà diverso da quello degli altri quartieri. Città diverse, regioni diverse, stati diversi, culture diverse hanno tutti normalità diverse.

È buffo, a volte il benessere psicologico viene ingannato dalla ricerca della normalità.

La chiamano pressione sociale, è la spinta a omologarsi ai canoni del contesto.

Chiariamo, non mi riferisco alle regole legiferate atte a promuovere la convivenza pacifica e organizzata dei membri di una comunità. Mi riferisco a tutte le decisioni individuali, private e personali, prive di ripercussione diretta sugli altri, ma fondamentali per la nostra vita.

Ad esempio decidere se vivere da solo o in coppia.

Quando vivi in un luogo dove a una certa età tutti si sposano, quello diventa il comportamento normale da seguire. Magari tu non sei pronto, non hai trovato la persona giusta o non hai interesse per quel tipo di vita. Qualunque sia la tua motivazione, se non ti sposi, l’unica evidenza per gli occhi di chi ti circonda sarà la tua anormalità.

Non si è ancora sposato. Ha 35 anni. Cosa aspetta?

Allora ci vuole molta forza per comprendere l’ingenuità di chi crede che un valore statistico debba organizzarti la vita. La maggior parte delle persone cede al ricatto della normalità.

Se tutti si comportano in questo modo, dev’essere il modo giusto. 

La mia maestra lo diceva sempre, “se tutti i tuoi amici si buttassero dal ponte, lo faresti anche tu?”. Oggi sono abbastanza sicuro che se i suoi colleghi insegnanti lo avessero fatto, di buttarsi dal ponte intendo, lei sarebbe stata la prima a seguirli. Non me ne voglia, ma nel mio ricordo di scolaro, la maestra era una persona dal rimuginio facile.

Chi riflette molto sulle cose, mette un filtro tra sé e la vita e quasi sempre arriva a interrogarsi sul perché delle sue sensazioni, crea una spirale parossistica di pensiero non finalizzato. Anche chi non perde tempo in riflessioni poco pratiche non è immune dal meta pensiero, il pensiero che si interroga su se stesso.

Cos’ho di sbagliato per pensare che sia meglio non avere una relazione stabile?

La discrepanza tra i tuoi desideri e i desideri di tutti è ciò che ti rende unico. 

Essere unici fa tanta paura perché la responsabilità delle nostre scelte è tutta nostra. Inseguire la normalità invece vuol dire dividere gli errori con gli altri, mal comune mezzo gaudio. Banale ma vero, come molte banalità della saggezza popolare.

Invece di essere quello che sei diventi quello che gli altri si aspettano. Sono fatiche diverse. Da un lato devi sopportare il peso della responsabilità delle tue scelte, dall’altro la fatica di adattare i propri desideri a quelli degli altri.

Ovviamente la propria realtà è talmente sfaccettata che non esiste nessuno che si comporti sempre secondo una di queste due modalità. La vita è in bilico tra queste due scelte, entrambe difficili. Perché la vita è difficile.

Abbandona l’illusione della facilità, la vita è compromesso.

Nell’intersezione tra quello che vuoi fare e quello che il contesto ti concede si colloca l’insieme dei tuoi comportamenti.

Non lasciarti comandare dalla normalità, è solo un concetto numerico, è lui che dipende dalle tue azioni, non il contrario.

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